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Dei giovani e la pena. A cura di Lillo Di Mauro. |
| I giovani sanno di possedere un
dominio, sanno che il mondo è in loro possesso e vi si affacciano
con un 'intensità che appare feroce. Tuttavia il mondo non appartiene loro. Lo scoprono con sofferenze atroci e spesso irreversibili, a poco a poco, mano a mano che si addentreranno in quella caricatura del mondo naturale che è la società. Una società per cui il giovane non è più una cosa di proprietà che si può utilizzare come meglio si crede, un oggetto esclusivo a profitto di chi ne è proprietario. Nell'affrontare il problema dei giovani che compiono reati non possiamo permetterci di adottare alcuna semplificazione che ci farebbe perdere la peculiarità di tale condizione e del problema sociale che rappresenta. |
| Si è creata la specificità della
condizione del disagio giovanile e la si affronta sulla base
dell'assunto per cui i giovani non hanno la capacità di organizzare
gli interessi di cui sono portatori quindi devono essere
rappresentati dagli adulti in forma vicaria. Ciò è dimostrato dalle politiche sociali rivolte ai giovani attuate sulla base dell'interpretazione fornita da noi adulti. Una situazione dove viene a mancare l'elemento primario del riconoscimento sociale che è il confronto dialettico tra gli interessi delle parti. Proprio questa assenza di contrattazione alla pari e di riconoscimento dei diritti è la causa precipua della "devianza giovanile". Un'analisi seria su quale rapporto debba intercorrere tra i giovani e la giustizia ci deve consentire di svolgere una lettura globale della realtà sociale contemporanea, perché la condizione dei giovani che compiono reati in genere ne costituisce l'aspetto più caratterizzante ed emblematico. Non possiamo pensare che si possa raggiungere un risultato soddisfacente nell'interpretazione del disagio giovanile se non si collegano le azioni individuali alla situazione sociale nel suo complesso. Per questi motivi non condivido l'interpretazione convenzionale della condizione dei giovani e gran parte delle azioni normative che da tale interpretazione sono derivate e derivano. Anche perché ho personalmente sperimentato, come operatore del terzo settore che interviene nell'ambito del disagio giovanile, le gravi lacune delle politiche d'intervento sociale improntate alla risposta specifica anziché "universalista" e su un'errata interpretazione delle esigenze dei giovani. La necessità di un approccio al problema dell'esecuzione penale minorile che si dipani su un terreno di mediazione dei conflitti e di "utilità della pena" è sentita ormai da più parti come prioritaria e inderogabile ma non si può prescindere da una correlazione strettissima tra sicurezza e integrazione, tra solidarietà e legalità. Il carcere e leggi che inaspriscono le pene non bastano a modificare i costumi di giovani che si sentono traditi, abbandonati. Dobbiamo essere consapevoli che ricorrere alla coercizione e alla punizione significa trascurare il fatto che i giovani coinvolti in forme di criminalità sono tutti portatori di un disagio sociale, culturale e psicologico profondo. La maggior parte di loro è per lo più composta da giovani immigrati che compiono reati legati alla droga, rapine, piccoli furti. Gli italiani sono pochi e, in molti casi, presentano problemi psicologici e psichiatrici, vivono generalmente in quelle aree di marginalità ormai sempre più vaste delle periferie delle grandi città, con alto indice di descolarizzazione o d'abbandono della scuola dell'obbligo. L'esecuzione penale minorile in carcere non aiuta il recupero e il reinserimento. Eliminarla rappresenterebbe una crescita culturale e sociale perché sotto tanti aspetti è inaccettabile e inutile, produce sofferenza ed esclusione sociale e non può essere considerata come una risposta risolutiva al problema. Il modello coercitivo mostra tutta la sua fragilità perché non ha saputo ancora rendere la cautela, funzionale all'esterno nella società e a "fine pena" abbandona il giovane di nuovo a se stesso in attesa del reato successivo. Soprattutto fa aumentare il disagio nel giovane perché lo costringe a vivere una dimensione spazio-tempo deprivata e coercitiva. Il carcere è privo di un effettivo scambio, di stimoli culturali ed educativi, tende a provocare nel minore un deterioramento della personalità, con conseguente regressione e cronicizzazione del disagio e del comportamento, rendendolo sempre più incapace di una vita autonoma e avviandolo, nei fatti, ad una rapida e definitiva espulsione dal contesto sociale. |
| Ma è l'intero sistema penale
minorile che manifesta difficoltà strutturali a garantire una
globalità di prestazioni preventive e riabilitative, troppo
concentrato su progetti individuali fondati sulla ricerca di un
lavoro retribuito senza prevedere il necessario sostegno psicologico
e culturale, che sono elementi fondamentali per raggiungere reali
obiettivi di recupero e di inserimento. Dobbiamo rendere l'intervento sui giovani il precipitato, la finalità delle responsabilità che ci assumiamo nei confronti di giovani che chiedono il nostro aiuto smarriti sulla strada sconosciuta della vita. Questo è possibile solo realizzando un sistema che oltrepassi l'ambito dell'operatività classica e tenda ad incoraggiare ed amplificare le potenzialità individuali del giovane. Un sistema che sappia, cioè, aiutare il giovane a recuperare o a imparare la capacità di “essere sociale” liberandolo dai legami di dipendenza nati a seguito della sua particolare condizione di sofferenza. Bisogna abbandonare il concetto di recupero vigilato e controllato. I meccanismi della Giustizia da soli non possono dare risposta alla richiesta di aiuto, di solidarietà, di consolazione e di soccorso che proviene dai nostri giovani. L'integrazione dell'ambito territoriale con quello istituzionale è ormai improcrastinabile. |
| Tutti sappiamo che la stessa
riorganizzazione dell'ideologia e della pratica dell'esecuzione
penale minorile, dalla definizione normativa della prassi alla sua
attuazione, assume il territorio come paradigma dell'intervento
riabilitativo, in una traduzione operativa che vede tale modello
come condizione del suo sviluppo. Deve essere previsto un ritorno al
territorio delle espressioni di disagio connesse alle dipendenze e
all'emarginazione economica e culturale, attraverso la creazione di
"luoghi intermedi", cioè strutture residenziali e semiresidenziali a
vari gradi di protezione e sicurezza. Se esiste un'esigenza di sicurezza nei confronti di giovani essa non può costituire la ragione e la misura dell'intervento che al contrario deve essere pensato e organizzato in base ai loro bisogni sviluppando metodologie che facciano dei diritti umani la logica portante. Possiamo ottenere risultati nell'intervento sui giovani e promuovere la trasformazione di un'identità deviante verso quella più integrale di cittadino solo favorendo autonomia di spazio, di espressione, di ruolo e di senso, creando opportunità che consentano loro di individuare i propri percorsi personali e di questi essere protagonisti nell'esercizio personale della scelta. |
| Tutti sappiamo che la realtà della
violenza ha radici profonde nell'esperienza umana. Compiere un
reato, sovvertire le regole, ha sempre rappresentato il sintomo di
un disagio sociale e personale causato da ignoranza, cattiva
educazione, istinti negativi che oggi più che mai si stanno
sviluppando nella cultura di ampi stati sociali. Per questo una giustizia giusta non può esprimersi solo nella fase processuale e nell'entità della pena ma anche attraverso un'azione che affermi il diritto di ogni persona ad agire da protagonista nella vita sociale là dove maggiormente si creano le concentrazioni più esplosive del disagio e dove la cultura criminale trova alimento e giustificazione. |
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